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“Psicoterapeuta… perché?”

Intervista a Sergio Maresca
Direttore del Dipartimento della Didattica dell'ISPPREF
a cura di Donatella de Crescenzo e M. Adelaide Verrilli

Come ti sei ritrovato psicoterapeuta, Sergio? Confesso di essere emozionata e di contare sul fatto che tu non lo sia.

Questa è già un'emozione... Certamente non è una decisione che si prende a tavolino, significa un po' parlare di sè. In questo senso, significa andare ancora più a monte chiedendosi prima che psicoterapeuta perchè psichiatra.
Io faccio i conti con una cultura medica e ti dirò che anche questo significa parlarti di me, delle aspirazioni più che mie di mio padre, il quale ci teneva ad avere un figlio medico. Probabilmente lui per medico intendeva un internista, un chirurgo; la mediazione che sono riuscito a fare è vedere la medicina come psichiatria. Come a dire, la medicina come prendersi un po' cura di se stessi: credo che questo sia stato il senso. In realtà mi sono occupato anche di medicina generale, ho fatto il medico generico, sempre però con un'attenzione alla globalità della persona, rifiutando una visione spezzettata del paziente.
Dalla psichiatria alla psicoterapia è ancora un altro discorso. Una volta superata una visione della psichiatria solo come lotta antistituzionale, come chiara presa di posizione a favore dell'emarginato mentale; una volta passata l'euforia di aver partecipato alla chiusura dei manicomi, si presentava il problema di cosa fare per me e per il mio lavoro. Dopo i primi interessi per la psicoanalisi, mi sono ritrovato a pensare che capire se stessi significava "capirsi" all'interno della propria famiglia. Di qui, il passo verso l'approccio familiare è stato breve. Ho fatto un lungo training in terapia familiare, lavorando molto anche su di me; ho fatto tre anni di supervisione, acquisendo degli strumenti che mi hanno permesso da un lato di fare più chiarezza su me stesso, dall'altro di rivedere il mio lavoro in modo diverso dagli inizi, che senz'altro risentivano molto della cultura medica. Il mio sforzo è stato quello di capire che cosa del paradigma medico potessi prendere e cosa invece assemblare con la nuova esperienza.
Nel fare lo psicoterapeuta mi ha aiutato molto l'esperienza didattica. La ginnastica tra gruppi formativi, gruppi terapeutici, tra individui, coppie, famiglie ha certamente affinato le mie capacità e rese chiare le necessità.

Come te lo immaginavi, all'inizio, questo lavoro? E come si è rivelato?

Come lo immaginavo... Imbevuto com'ero all'inizio del modello dominante, quello della psicoanalisi, ero forse ancora legato ad esso. Poi a mano a mano la mia idea di psicoterapia si è ampliata, senza però approdare ad una sola idea, ma a tutta una serie di idee che mi porterebbero oggi, se tu me lo chiedessi, a dirti che il valore della psicoterapia si fonda sulla relazione terapeutica. Vorrei insistere molto su questo, perchè in effetti, al di là dei modelli e delle scuole, quella che io sento veramente fondante è la relazione con l'altro. Una relazione che si stabilisce all'interno di un setting sicuramente con delle regole, ma senza rigidità. Sono sempre più convinto della unicità delle storie. Il tentativo di definire in modo univoco la psicoterapia lo sento a volte come una risposta riparativa. Ho la sensazione che in realtà ci sono continue trasformazioni possibili, "mondi altri" a cui approdare con l'aiuto dell'altro, insieme all'altro. In effetti, mi convinco sempre di più che è quasi impossibile definire la psicoterapia all'interno di una singola visione, immaginando di classificarla o definirla. Io parlerei di “psicoterapie”, di vari modi di fare psicoterapia, perchè la cosa di cui sono convinto è che tutte le esperienze valide sono quelle in cui si è creata una relazione fortemente significativa tra il terapeuta e il paziente.

Così, se ho capito bene, non c'è stato un grosso scarto tra quello che ti aspettavi e quello che è accaduto, differenze o contrasti tra come ti eri immaginato questo lavoro e come si è rivelato... c'è stato un arricchimento, l'idea di partenza si è arricchita dentro di te.

Ma... Vorrei dirti bene questa cosa, non è facile, ma ci provo. L'idea - tu dirai "quale idea?" - la mia idea è che bisognasse trattare nella maniera più personalizzata possibile tutti i sentimenti che una persona ti porta e che potremmo chiamare sofferenza, dolore. E' rispetto a questo che bisogna trovare insieme all'altro le chiavi per farlo. E qui, per esempio, mi è molto utile avere anche una cultura medica. Perchè lo dico? Perchè sicuramente alcune storie sono così dolorose che bisogna avere nei loro confronti soprattutto una grossa distanza. Bisogna pensare che non sono comprensibili nè per una sola persona, nè con un unico modo di approcciarle. Molte volte il dolore è così cieco e così dolente che sento un dovere attingere a tutto quello che in quel momento può essere utile.

E’ una scelta che rifaresti, ne sei tutt'oggi convinto?

Sì. Anche perchè mi sono accorto che malgrado fare il medico non mi dispiacesse, le storie mi attraggono terribilmente, e in qualche modo tutto ciò che non è una storia da sentire o da raccontare alla fine non m'interessa moltissimo.

Questa professione ti ha riservato molte sorprese, molte scoperte?

Moltissime. Mi ha permesso di sapere molto di più su di me. Sicuramente, lo scarto, tra quello che tu immagini di essere e quello che sei, c'è, e qualche volta va a tuo sfavore; spesso ti piace pensare di te delle cose, ma poi ti accorgi che non corrispondono all'immagine che ti eri fatto. Quindi le scoperte sono continue ed enormi. Posso dire che vanno quasi di pari passo alle scoperte che punteggiano il percorso di una terapia: ed è in questo rimando continuo che sento anche la ricchezza di questo mestiere. Molte volte, ad esempio, vedo con grande piacere persone che mi portano storie che sono andate molto al di là di quelle che io pensavo di poter vivere; e tutto questo è molto bello, anche se a volte significa prendere in prestito dagli altri qualcosa che non si è ancora raggiunto.

E le delusioni?

Le delusioni... Più che delusioni diciamo che sono dolori rielaborati. E qui vorrei fare una differenza... Una differenza tra coscienza del limite e rassegnazione. Per me la rassegnazione è qualcosa di non elaborato, mentre la coscienza del limite è qualcosa che si è talmente elaborato da permettere la speranza di andare anche oltre quel limite.
Quindi delusioni no... è, diciamo, una parola “sbagliata”.
Non esattamente. La delusione, credo, si riferisce al fatto che molte volte si era immaginato che la storia che si costruiva con l'altro potesse avere un andamento più felice o più ampio, un cammino un po' più lungo.
Per esempio, anche nel percorso che faccio in terapia non ho l'idea che ci sia un termine, una fine. Quando m'incammino so che potrà esserci anche una sospensione, però è come se sapessi che questo cammino si riprenderà in un altrove, in un altro luogo. Non ho, come dire, un senso spaziale e temporale legato al setting; insieme buttiamo dei semi, costruiamo delle cose che potranno trovare espressioni più compiute, meno precarie, se vuoi meno definite in un altrove. Quindi s'innescano solo dei processi che poi ognuno, per proprio conto, probabilmente continuerà a portare avanti da solo.

E' come la coscienza del limite...

La coscienza che una terapia non è qualcosa che finisce nè si definisce, nè può stare negli angusti schemi dei paradigmi o delle scuole.
Ritengo che un'esperienza significativa attivi dei processi trasformativi, muova risorse, faccia vedere la vita assurda e irrazionale nella quale tutti siamo immersi come un qualche cosa che vale la pena di vivere.

A questo punto viene naturale ritornare a cosa ti ha spinto, tra le diverse possibilità, verso la terapia familiare.

Sì, voglio riprenderlo questo discorso... Penso che la terapia familiare mi ha permesso di uscire un po' da me stesso. Mi spiego meglio. Io credevo che molti problemi stessero dentro di me; e questo devo averlo sentito molto presto, una sorta di ripiegamento. Vedevo anche, però, che tra le altre cose mi piaceva molto lo stare in gruppo, lavorare in gruppo; un'idea di coralità mi ha sempre accompagnato. Diciamo che l'idea di gioco di squadra la sento molto mia. In una situazione di squadra, per esempio, potevo benissimo riconoscere ad altri ruoli più prestigiosi, più significativi. Pensando ad una squadra di calcio, riconoscevo ad altri una maggiore competenza calcistica, quella che si dice più classe; nondimeno, sapevo anche che all'interno di questa squadra potevo svolgere un ruolo di aggregatore, coordinatore. Già quest'idea corale mi aiutava a uscire da me stesso, perchè significava occuparmi di me sì, ma non di un “me solo", di un "me in relazione a".
Sicuramente, pensarsi in relazione a qualcuno rimanda subito al nostro essere in relazione ai nostri genitori, ai nostri fratelli, ai nostri parenti, alla nostra storia. L'idea di essere in relazione a qualcuno e non una persona isolata, una monade, mi ha decisamente spinto verso l'interpersonale, verso il gruppo, verso la consapevolezza che era necessario vedersi "in relazione" per vedere se stessi. Alla fine si arriva comunque all'individuo, alla persona, ed ecco perchè questa strada è la più vicina al mio modo di sentire.
Del resto, venivo da un'esperienza alternativa anch'essa molto corale; era dunque una naturale continuazione per me passare da un'esperienza, una pratica di psichiatria alternativa a un'idea di famiglia come matrice di significati, come protagonista della propria vicenda.
All'interno di questa coerenza mi è parso un passaggio obbligato quello che mi portava da una pratica ad una comprensione; l'idea che il genere familiare fosse la forma di psicoterapia a me più adatta mi è stata confermata dal fatto di aver seguito un training di dieci anni. Poi, mi è piaciuto poter trasmettere anche ad altri queste esperienze.

Non so se sei d'accordo con me, ma ho l'impressione che ogni scelta professionale sia un po' come un ciclone nella vita di una persona, il suo passaggio non è mai uno scherzo. Secondo te, qual è l'impatto che la professione di psicoterapeuta può avere sulla vita privata di una persona? E sulla tua? Cosa ha significato?

Questa è una bella domanda... Potrei dirti che l'impatto è stato sicuramente grosso, significativo, ma posso anche dirti che se l'avessi incontrata prima, la psicoterapia, se avessi fatto prima questo lavoro, oggi ti racconterei un'altra storia. Ma torniamo all'impatto.
Questo è un lavoro che a mio modo di vedere determina una grossa solitudine. Un lavoro talmente arricchente e assorbente che alla fine della giornata puoi ritrovarti “solo” con le storie che hai ascoltato; con il rischio, come dire, di perdere di vista altre cose della tua vita.
Sicuramente la ricaduta di tutto ciò è un vedersi continuamente trasformato, e di questo te ne danno riscontro gli allievi, gli amici, i figli; è come se ti dicessero che questo lavoro, che sembra “altro” o comunque relegato ad una stanza, invece traspare, e gli altri sentono che tu “passi” altro e sei diverso di giorno in giorno.
Io credo molto in questo dinamismo. E' come se pensassi che le cose si acquisiscono di volta in volta e non una volta e per sempre. Per questo ritengo, alla fine, che le tecniche, i modelli siano utili mezzi per imparare a sopportare, vincere l'ansia che si ha sempre nell'incontro con l'altro, ma poi è al dinamismo del processo che noi dobbiamo badare e fare riferimento.

Sergio, hai mai avuto momenti di crisi? Sei mai stato tentato di lasciare questa professione?

Momenti di crisi... Sì, ma avevano poco a che fare con la professione. Erano crisi se vuoi più personali, momenti difficili, che alla fine riconosci anche in un processo terapeutico, dove ci può stare l'empasse, l'idea che non si vada da nessuna parte, l'idea dell'inutilità, della noia; momenti che però puoi risolvere con un collega, facendoti aiutare, non isolandoti. Ecco, una cosa che ho fatto, non mi sono mai isolato; ho saputo trovare, chiedere aiuto e risorse anche nei momenti più difficili.
La domanda che sto per farti ha ancora a che fare, credo, con questo filo invisibile che intreccia vita e terapia... Tu fai lo psicoterapeuta anche fuori dal tuo studio?
Qualche volta mi si dice, non sempre. Personalmente non ritengo di farlo, anche se è innegabile che questo lavoro ti dà delle chiavi e tu queste chiavi poi le utilizzi. Molte volte mi accorgo che sono più gli altri a volerti far fare questa parte anche fuori. Anche qui c'è un bel gioco di rimandi, dove non sai se sei tu che lo vuoi fare, lo psicoterapeuta, appunto, o sono gli altri a richiedertelo. Per fortuna, il tutto in un clima di gioco...

La prigionia del ruolo... Ti sarà capitato che un tuo paziente se ne uscisse con una frase del tipo: "Ah, lei certo non avrà problemi, dottore... Qualsiasi cosa le accadesse, saprebbe come affrontarla!". Credi che affermazioni del genere contengano un po' di verità? Te l'hanno mai detto?

Sicuramente... Questa è un'idea che ti rimandano anche i clienti. "Certo i suoi figli sono fortunati". Ma questo è vero parzialmente; anzi, a volte proprio con le persone più care si rischia di deformare, di sbagliare. No, io non credo che noi abbiamo delle risposte; forse abbiamo delle chiavi di lettura, forse ci sono dei possibilismi, delle prospettive, ma sicuramente non credo proprio di possedere o poter immaginare una sorta di immunizzazione. Posso dire che si diventa più vigili, forse si sviluppa di più la capacità di cogliere degli indizi, dei segnali, ma non più di questo.

La psicoterapia come capacità di apertura.

Sì, capacità di nutrire dubbi, di trovare delle risposte, non “la” risposta, delle risorse, di diventare riflessivi, autoriflessivi. E' all'interno di questo che penso che la psicoterapia sia una risposta antropologica, poco tecnica, dico io, ma che ti dà una visione del mondo, una visione delle cose che attiva dubbi costruttivi, ricerca, appunto, di risposte.
Sono cose che io vedo in divenire, che non si posseggono, cose che si costruiscono; poi, certo, per fortuna ci sono anche le illuminazioni, ma non sempre è dato di avere un'illuminazione...

Senti di aver perso qualcosa facendo questo lavoro?

No, assolutamente. Forse ho perso quel che si dice una vita vissuta con minor carico, più leggera, più superficiale, non lo so se poi si possa dire che uno perde... Penso che per me è stata una delle soluzioni più possibili della mia vita, forse non l'unica, ma sicuramente una grossa possibilità.
Il migliore dei mondi possibili...
Una possibilità importante per me.

Se dovessi scrivere una tua biografia, che posto daresti ai tuoi compagni di viaggio?

Un posto molto importante. Con loro certamente ho costruito un progetto, come quando lo costruisci in famiglia, lo costruisci con i figli.
I miei compagni di viaggio mi hanno dato la possibilità di un progetto, la possibilità di rivedere il progetto, di pensare a un altro progetto ancora e mi hanno anche messo nella condizione di vedere che si poteva abbandonare questo progetto. Persone sicuramente significative che con la loro presenza mi danno delle opportunità e delle significatività che sicuramente non è facile trovare in altri contesti, anche se importanti.

Quali furono le spinte, le esigenze, le idee che vi portarono a fondare una scuola di formazione?

Questa è una bella pagina. Ti devo rispondere tornando un po' indietro. Mi rifaccio all'esperienza della mia formazione romana dove, quando ho cominciato, non avevo assolutamente l'idea che avrei fondato un istituto. In quel momento quello che per me era importante era seguire questa formazione, soprattutto per me, per il mio lavoro.
L'idea di fondare una scuola la devo senz'altro al gruppo con cui condivisi la formazione, un gruppo composto da persone motivate, ambiziose, con esperienze già significative alle spalle. Credo che dallo spirito di emulazione, e di competizione, che c'era tra noi si andò formando l'idea di volersi misurare, mettersi al vaglio del contesto napoletano con le sue originalità, la sua storia. Fu un volersi mettere in gioco: e questo ci portò poi, come tu forse saprai, alla costituzione inizialmente di due gruppi e successivamente ad una proliferazione di sottogruppi.
Le spinte... Le spinte le dobbiamo rintracciare nel fatto che a Napoli i modelli imperanti erano quelli accademico-universitario di stampo biologistico e il modello psicoanalitico e poi, nella grossa stagione della psichiatria alternativa, quello antistituzionale.
Dopo quella stagione così ricca, noi pensammo che fosse importante e utile proporre una modalità di approccio che, puntando sempre sull'interpersonale, potesse teorizzare una pratica che doveva diventare anche una pratica territoriale. Chiuso il manicomio, era necessario che questa pratica si spostasse sul territorio e che fosse il territorio a suggerire delle modalità di intervento; ci sembrava, infatti, che la nostra idea portante, che riposava tout court su un approccio sistemico-relazionale, detto più semplicemente familiare, potesse essere l'idea che certamente corrispondeva alle nuove necessità del territorio.
Se vuoi, questo potrebbe anche spiegare il fatto che quasi tutti i nostri allievi sono stati soprattutto giovani, come giovani d'altronde sono stati quelli che in città hanno alimentato l'approccio antistituzionale. C'erano dunque precise radici culturali, un comune denominatore composto dalla pratica istituzionale, dall'attenzione alla psicoanalisi e dal bisogno di proporre un intervento, una pratica, di cui l'interpersonale fosse il cuore, l'asse portante.

Riferendoti agli inizi della tua esperienza di insegnante, una volta hai detto: "improvvisamente seppi che cosa fare". Cos'è che avevi capito? Cosa d'un tratto ti divenne chiaro?

Non so se adesso rispondo alla tua domanda o a qualcosa a cui mi piace rispondere. Ora tu mi richiami ai tempi pionieristici, quando volevamo fondare l'istituto... Nella mia formazione ho attraversato molti momenti, momenti di grossa presenza e momenti di assenza; alcune volte ricordo la mia come una presenza abbastanza defilata, ai confini del sonno. Molti dei miei compagni di avventura non sempre riuscivano a capire perchè io andassi e che cosa prendessi. Quello che poi risultò importante per me è che all'inizio, quando partimmo con l'esperienza dell'istituto, ci occupammo di tutto, dalla ricerca della struttura all'arredamento; insomma fu un momento vissuto molto intensamente, ci si poteva trovare a lavare i pavimenti, a spazzare, aprire le porte, rispondere al telefono... Ricordo che si lavorava e si discuteva su quale tempo sarebbe stato necessario per attivare i primi corsi e che tutti erano molto attenti a dire "forse ci vorrà ancora del tempo, forse...". Io invece, stranamente, sentivo che eravamo pronti. In quel momento si rischiarò tutto dentro di me, come se, malgrado avessi dato l'idea di non essere presente, malgrado i momenti di assenza, potessi comunque dire "sì, noi sappiamo quello che possiamo fare, quello che dobbiamo fare".

Era legato a qualche intuizione?

No. Era come se, improvvisamente, mi si fosse chiarito cosa fosse questo famoso approccio sistemico-relazionale e che tipo di didattica si potesse fare. Penso che non sia un caso che io da allora, all'interno delle attribuzioni delle funzioni e delle competenze dell'istituto, ho sempre mantenuto quella di responsabile della didattica. Forse è questo quello che ti dicevo... Una volta finita la formazione, se avessi dovuto dire con chiarezza cosa avessi fatto o preso, a che cosa mi potesse servire, sinceramente non l'avrei saputo. Dopo sei mesi, invece, stranamente mi ritrovai come se avessi fatto un lavoro di ricucitura dei pezzi.
C'è da dire che la formazione romana non era una formazione di tipo accademico, centrata sul leggere libri e commentarli; era piuttosto una "giornata", un'esperienza che si costruiva nel “qui ed ora”, come dicevamo. E' ovvio che i conduttori avevano bene in mente dove portare il gruppo e come il gruppo si dovesse muovere, ma non sempre io personalmente sapevo dove stessi andando. Poi, d'improvviso, forse un'illuminazione...

Se dovessi immaginare un romanzo, intitolato sic et simpliciter "Isppref", quale sarebbe per te l'inizio? Non sei tenuto a seguire l'ordine cronologico degli eventi. Anzi. E' il tuo racconto, puoi partire da dove vuoi.

Parto dall'inizio. Sono i momenti più esaltanti, più epici, dove ti misuri con le difficoltà ma c'è tanto entusiasmo; c'è la voglia di provarti, quell'entusiasmo che non è che dopo venga meno, ma senz'altro è qualcosa che non è più immediatamente contagioso. Col tempo si trasforma, diventa più riflessività, più saggezza, per cui oggi potrei anche dirti che quello che si perde in immediatezza, in entusiasmo, si acquista in saggezza e riflessività. Però, mi sembra più epico pensare a quei tempi in cui eravamo attenti ad occuparci di tutto, anche a contattare le persone che volevano fare l'esperienza di seguire i corsi. Tieni conto che a Napoli un istituto di terapia familiare non si sapeva bene cosa fosse. C'erano state delle esperienze al Policlinico, ma in realtà si trattava di una cultura nuova, non è stato facile, non c'era già una strada, bisognava costruirla.

Dammi la prima pagina del libro...

Innanzitutto la scelta dei compagni di viaggio. Una scelta che, come ti dicevo, è stata mossa dalla dinamica dei gruppi. I compagni di viaggio… alcuni sì li avevo scelti, altri me li ritrovai. Non è un caso però che il gruppo, pur con dei rimaneggiamenti, sia rimasto lo stesso dall'inizio, accettando la diversificazione che poi si è avuta nel tempo. Pur rimanendo insieme, infatti, chi in un modo chi in un altro ognuno ha definito una sua specificità di sentire e di intendere. Ciò non toglie che ancora oggi mi sento accumunato ai miei compagni di viaggio da esperienze fortemente significative; ne colgo e apprezzo le differenze, perchè sento che ognuno ha sviluppato delle cose per sè molto importanti. E' stato come andare oltre un’esperienza che altrimenti rischiava di rimanere definita: e questo è un grosso rischio, almeno così penso. Per me, pensare a qualcosa come definita e percepirla come tale è come pensarla morta.

Allora l'inizio del tuo libro sarebbero le prime riunioni?

Sì, le prime riunioni. Il far tardi, senza orari, incontrarsi spesso e volentieri, il discutere animosamente, l'impostare quello che è stato sempre il nostro modo di presentarci, la famosa tre giorni... Una vera e propria invenzione che doveva servire a dare l'idea di cosa intendevamo per formazione, di cosa fosse questo approccio sistemico-relazionale, come queste due parole potessero stare insieme, come potessero alludere ma non essere la terapia familiare tout court.
Insomma, capisci che tutto questo ha portato fervore, impegno, scontri, incontri, possibilità di rapportarsi a tante persone, un modo di confrontarsi che è uno dei segreti del nostro gruppo. Noi non ci siamo mai rinchiusi in noi stessi, nè in uno stile o in un modo di intendere la terapia; ci siamo sempre aperti a tanti altri gruppi, a tanti altri saperi. In realtà, il nostro è un gruppo che non è mai imploso in se stesso e difatti, nella seconda parte di questa avventura, è stato bello aprire ad altri colleghi, alcuni formatisi da noi, altri che stavano percorrendo per loro conto questa strada.
Allora, dopo la prima fase, c'è stata quella in cui ci siamo aperti ad altri, ed ora siamo ancora avanti, in una terza fase dove le varie competenze, le varie particolarità all'interno di un comun denominatore, si fanno settori distinti in cui si sviluppano competenze diversificate, e questo apre ancora ad un nuovo progetto che continua ad arricchire quello iniziale.

Io sono sempre fissata con i romanzi... Mi piacerebbe adesso immaginare i capitoli di questa storia. Sei alla tua scrivania. Stai prendendo appunti. Butti giù qualche titolo...

Io non ti ho risposto a titoli, però.

Bè, se hai anche un titolo per l'inizio...

Titoli non ne ho e non credo che mi verranno a comando. Ci penso e se mi vengono te li dico, se no farai a meno dei titoli.
Ho cercato di darti in breve uno sviluppo temporale ultradecennale e quindi ho cercato di darti i momenti che considero centrali, cruciali. Una fondazione, dove sicuramente l'aggregazione, l'appartenenza sono stati i punti fondanti, e successivamente l'apertura ad altri, ed ora questo rispetto delle peculiarità sviluppate.
Per quello che mi riguarda recupero molto quello che tu chiami amore per i romanzi. Se poi ripenso alla mia idea di psicoterapia, all'interno di quelli che sono stati da sempre i miei interessi più profondi, oggi sento che la letteratura, tout court la narrazione, trova molto spazio tra le diverse discipline e i saperi contigui su cui io fondo una mia idea di psicoterapia.
Se volessi trovare, all'interno del nostro percorso, un inizio con dei punti centrali, ti direi: il forte sentimento di appartenenza, il fervore, l'entusiasmo, il non guardare l'orologio...

Ecco: "il non guardare l'orologio" è il titolo del primo capitolo.

E poi, l'altro capitolo, lo intitolerei: "i figli sono cresciuti". E l'ultimo, "alla fine si è soli, pur appartenendo alla stessa famiglia".

Nella stesura di un romanzo ci sono due livelli molto dissimili ma interdipendenti: il primo ha che fare con la lotta del pensiero con la penna, con il fatto che quello che pensiamo deve trovare una sua forma nella pagina, e qui c'entrano pure i titoli, i quali vengono giocati a questo livello; il secondo ha a che fare con tutto quello che potremmo chiamare il nutrimento della storia, l'ambiente tematico di cui un inizio, tra i tanti possibili, è decidere di avviarsi da qualche parte. La domanda che sto per farti ci fa tornare a questo ambiente, ai temi che nutrono questa storia.
Col senno di poi, l'esperienza di tanti anni, quali sono secondo te le idee "forti" che nel vostro modo di concepire la formazione hanno retto all'usura del tempo?

Sicuramente l'idea forte è quella di intendere la formazione come un momento dove la famiglia di origine dell'allievo, pur non essendo presente, è l'elemento chiave per aprire il discorso al lavoro che si andrà a fare.
Noi di sicuro non abbiamo mai immaginato che l'allievo dovesse fare una sua terapia familiare, non l'abbiamo mai prescritto. L'utilizzazione di strumenti come il genogramma familiare, ne cito uno per tutti, di fatto introduce l'allievo a vedersi in relazione alla sua famiglia, e il gruppo senz'altro è il supporto perchè questo avvenga. L'allievo lavora con la sua famiglia all'interno del gruppo: questa è l'idea fondante che ci ha permesso di sviluppare quella che io definisco un'esperienza esistenziale, reale, non so come definirla meglio; certamente il genogramma usato in questo modo non è una tecnica, finisce per essere una pratica dove la persona sperimenta su se stessa e si fa attraversare da sentimenti, emozioni, comprendendo cose che poi vedrà con i suoi clienti. Il senso è questo, ma dovremmo ritornarci...

Cosa invece cambieresti? C'è qualcosa che a tuo parere andrebbe ripensato, eliminato o inserito nel vostro modo di fare formazione?

Certo... Una delle cose di cui a volte, all’inizio, mi sono lamentato è il fatto che, dando molto spazio al vissuto, all'esperienziale, si finiva per non leggere molto, e rischiare di non conoscere aspetti più concettuali del mondo relazionale. Per avere maglie troppo larghe, non sempre si aveva una particolare attenzione a regolamentare l'aspetto più teorico, di studio. Questo, se da un lato non ha dogmatizzato il pensiero della scuola, favorendo forse una prospettiva più ampia, dall'altro non ha favorito quell'identità anche culturale che è necessaria per potersi considerare terapeuta della famiglia.

Anche se brevemente, abbiamo accennato sia a quanto ritieni particolarmente valido nell'iter che avete costruito, sia a quanto ti sembrava carente. Mi piacerebbe infine se volessi parlarci del significato che ha per te questo lavoro, delle tue emozioni di maestro, di insegnante. Inutile dirti che le domande che Adelaide ed io avevamo preparato per questa intervista non esauriscono i temi che avremmo voluto trattare, e così adesso, spuntando l’ultima domanda dai nostri appunti, ho quasi l’impressione che abbiamo appena cominciato… Cosa rappresenta, per te, il lavoro di insegnante?

Ti confesso che fare gruppi didattici la considero un' esperienza molto grossa e significativa, al punto tale che oggi non riuscirei a vedermi solo come clinico, ad immaginare di fare clinica senza didattica.
Ritengo che fare didattica arricchisca continuamente il mio modo di fare clinica e viceversa. Oggi fare il lavoro di insegnante è forse più difficile che lavorare come clinico, poichè è sicuramente complesso stabilire cosa bisogna trasmettere. Personalmente inorridisco un po' di fronte a quei programmi ministeriali che tendono a razionalizzare completamente un percorso di psicoterapeuta; penso che un gruppo non debba essere un contesto dove si insegnano delle cose, piuttosto uno spazio dove viverle e, coerentemente alla nostra idea che è il contesto ad essere matrice di significati, è da esso che derivano il modo di insegnare e i contenuti da passare.
Codificare tutto questo a me sembra francamente pericoloso. Il rischio è quello di condurre un gruppo con lo stile della lezione accademica, della lezione frontale.
Il gruppo, la formazione, sono a mio parere una grossa narrazione fatta da capitoli che si scrivono insieme di volta in volta, capitoli che possono permettere alla fine di scrivere un indice dove si può dare un titolo, come dicevi tu, ad ogni momento di questo processo formativo.
Questo è molto emozionante, come è emozionante vedere gruppi familiari e condurre gruppi didattici. Se poi, la tua personale ricerca tu la porti avanti mettendo in parallelo il senso, le analogie o le differenze tra i diversi contesti, allora il lavoro diventa sicuramente più ricco.
Se si ha in mente una formazione come narrazione, allora è evidente che i capitoli non possono essere già prestabiliti, necessitano dell'incontro con l'altro, con gli altri, in questo caso con gli allievi in formazione. Questa è la materia su cui si muove l'approccio sistemico-relazionale: sono i partecipanti al gruppo la materia e il senso scaturisce dall'incontro.
Il bisogno di dare un senso è anche l'idea che guida il processo terapeutico. Il significato sta nell'incontro e ciò che nasce dall'incontro dà vita ai diversi capitoli di questa narrazione. E' un processo, un romanzo, e come nei romanzi ci sono i capitoli, nei processi ci sono le tappe, dove di volta in volta si ha la possibilità di vedere il gruppo secondo l'immagine figura-sfondo: in primo piano il gruppo e l'individuo sullo sfondo, poi l'individuo in primo piano e il gruppo sullo sfondo... Credo sia un po' questo il lavoro, individuo-gruppo, gruppo-individuo, che si fa all'interno di un processo formativo; e credo pure che questo sia uno dei significati di un percorso che, in ultima analisi, permette di ospitare dubbi, incertezze e, se posso dirlo in una sola parola, dà quella flessibilità necessaria per muoversi nella vita, nella terapia, nell'incontro con l'altro.

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